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Disoccupazione, mercato del lavoro, consumi e mutui: l'equazione post-FED alla prova dei dati

4 ott
Tempo di lettura: 4 min

Dal mio ultimo articolo i dati usciti sono stati in gran parte in linea con le attese post-FED, per lo meno la maggioranza. Nel mio ultimo post avevo evidenziato come l'aumento dei posti di lavoro sarebbe stato prevalentemente di natura stagionale, e i fatti lo hanno confermato.

Il dato settimanale più rilevante sul fronte occupazionale è stato quello relativo ai Nuovi Lavori JOLTS di agosto, sceso da 7,335M a 7,079M. Parallelamente, il dato sugli NFP di settembre (uscito il 2 ottobre) si è attestato a sole 29,00k unità, nettamente al di sotto delle attese, mentre il valore del mese precedente (agosto) è stato rivisto al ribasso da quota 162,00k a 133,00k. La stagione delle vacanze si è rivelata pressoché ideale per sostenere l'occupazione temporanea, ma non per la creazione di un lavoro fisso con una retribuzione costante.   

Questo quadro generale porta inevitabilmente a riflettere su altre quattro metriche fondamentali:


  1. Disoccupazione

  2. Retribuzione oraria

  3. Spese personali

  4. Crediti al consumo


Disoccupazione e dinamiche lavorative


Per quanto riguarda la disoccupazione, il dato uscito venerdì 2 ottobre mostra una situazione pressoché invariata, passando dal 4,1% al 4,2%. Questo andamento è dovuto in primis alla dinamica dei sussidi che vengono chiusi e poi riaperti in tempi brevi — l'equivalente della nostra NASpI, che si ferma non appena si sottoscrive un contratto a tempo determinato. In secondo luogo, influisce il fenomeno dello scoraggiamento: chi perde il posto di lavoro spesso smette del tutto di cercarlo oppure dispone di risparmi da parte che gli consentono di vivere temporaneamente senza il sussidio dello Stato.

C'è poi un altro fattore strutturale da tenere in considerazione analizzando il dato sull'occupazione. Le severe politiche del movimento MAGA hanno eliminato pesantemente i lavoratori irregolari che non risultavano in alcuna banca dati fiscale e che potevano spostarsi da un impiego all'altro senza presentare documentazione attestante lo stato di occupazione o disoccupazione. Questo ha fatto sì che la loro uscita dal circuito venisse soppiantata da lavoratori regolari: il tasso di disoccupazione reale è stato così rilevato in modo più fedele e le persone impiegate si sono stabilizzate nell'ultimo posto trovato.


Retribuzione oraria e Spese personali


Questo ci porta alla seconda voce da considerare: la Retribuzione Oraria. Dall'ultimo dato rilasciato si nota come la variazione annuale sia passata dal 3,1% al 3,0%, mentre quella mensile di settembre sia scesa dallo 0,3% allo 0,1%. Questa accettazione di redditi inferiori scaturisce da diversi fattori: da un lato la convinzione generale che il mercato del lavoro sia ormai saturo e che trovare un'occupazione a condizioni migliori non sia semplice; dall'altro la tendenza delle aziende a erogare unicamente lo stipendio fisso, tagliando i bonus aggiuntivi che prima incidevano in modo significativo.

Se le persone accettano redditi inferiori o privi di incentivi, le conseguenze si riversano direttamente sulla capacità di spesa delle famiglie. Questo si riflette sulle Spese Personali, componente fondamentale rilevata all'interno dell'Indice dei prezzi PCE (non-core) uscito mercoledì — il cui dato annuale rimane stabile al 3,4%. Tuttavia, il dato mensile sulle spese personali rivela un andamento decisamente più marcato: passa dallo 0,1% allo 0,6%. In sostanza, le persone si trovano a spendere a un ritmo sei volte superiore rispetto a luglio per coprire le necessità primarie, alimentando la spinta inflazionistica a dispetto di stipendi reali che non crescono.   


Immobiliare (mutui) e Credito al consumo


Per quanto riguarda il Credito al Consumo, indicatore molto seguito da Warsh, occorre attendere i dati di mercoledì 7 ottobre. È previsto un ribasso del credito: la sensazione è che le persone preferiscano attingere ai soldi messi da parte piuttosto che utilizzare le carte di credito, divenute ancora più onerose proprio per effetto del rialzo dei tassi d'interesse.

L'aumento dei tassi non produce effetti soltanto sulle carte di credito, ma si trasmette direttamente sull'interesse bancario e, nella fattispecie, su mutui e prestiti. L'affermazione di Warsh — "non intendiamo aggredire l'interesse dei mutui in modo diretto" — risulta fuorviante, e lui stesso ne era ben consapevole. Alzare il tasso d'interesse di riferimento significa trasmettere in automatico il rincaro al cliente finale che ha in essere un mutuo o un prestito a tasso variabile, regolato dalle clausole bancarie sulle modifiche unilaterali al rialzo o al ribasso.

I dati sulle abitazioni usciti martedì 29 settembre mostrano un Indice dei prezzi delle case (annuale) in aumento dal 2,3% al 2,6%, il che incrementa le spese per i costruttori a causa dei finanziamenti necessari per le edificazioni. Dal lato del compratore finale, la situazione appare ancora più complessa. Se prima dell'aumento dei tassi le richieste di mutuo registravano un calo del -1,5%, ora sono sprofondate al -6%. Un crollo legato al fatto che il tasso dei mutui MBA a 30 anni è salito dal 6,97% al 7,30% — un balzo dello 0,37% in appena quindici giorni. Anche il dato sul rifinanziamento dei mutui, strumento a cui ricorre chi non riesce a sostenere le rate per evitare il pignoramento dell'immobile, risulta tuttora in calo.

In definitiva, chi ha un mutuo attivo ha oggi due opzioni principali: avere la capacità finanziaria di ripagarlo attingendo a mezzi propri e risparmi, oppure ricorrere al credito al consumo per continuare a saldare la rata pur diventata più onerosa, cercando di non intaccare subito l'intero capitale. Per comprendere esattamente come gli americani stiano affrontando questa fase bisognerà attendere il dato sul Credito al Consumo di mercoledì 7 ottobre: da lì si capirà se Warsh aveva ragione nel ritenere che i cittadini preferiscano risparmiare oppure se stiano continuando a fare ricorso al credito a dispetto dell'aumento dei costi.

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